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Interventions d' Omar Wisyam commencées le 1 décembre 2000. Ces interventions ont été regroupées tant bien que mal. En fait, la première intervention commencait avec le point 8 et les points précédents ont été rajoutés en dernier lieu.
1.
La critica procede per affermazioni - la
negazione non le appartiene più, perché essa stessa appartiene al nemico come la critica della negazione.
2.
La critica è assiomatica giacché sconta
l'intollerabilità della desuetudine all'evidenza, come l'inettitudine che le è stata compagna fedele.
3.
Errata. Nonostante tutto della critica si è detto che, la sua, sia stata una invariata sequela di errori; eppure non si
riesce ad immaginare un complimento più efficace.
4.
Finché tutti ci dimostrano che è l'impossibile ciò che le spetta di diritto, non si cesserà mai abbastanza presto di ricordare la sua piattezza.
5.
La critica non implica una teoria o una parodia, ma poiché tende a ignorare questa ovvietà, la produzione di nullità avrebbe dovuto rispondere dell'esito funzionale (apparentemente insolito) di obiettivi non riconosciuti ma centrati, di questi obiettivi eccentrici che le corrispondevano più intimamente.
6.
Pro e contro la teoria. Ciò che si dice non si scrive senza la legittima presunzione delle anime candide. Di potrebbe dire che se non si ricorda l'origine, c'è invece il trucco, cioè sempre la solita fine, e che dove c'era la teoria c'erano pure i mezzi, ma abbondavano loschi figuri. A vantaggio delle mezze-figure (non ci sono state solo tragedie).
7.
Non è detto che ciò contro cui si scrive sia
il vero oggetto del discorso, che sicuramente sarà spostato altrove da chi
non sa di capirlo, a meno che si ammetta il dubbio che potrebbe essere proprio
l'opposto. L'anfibologia è una proprietà acquisita dalle negazioni.
8.
I commerci dei concetti hanno degli aspetti pericolosi quando i significati non si scambiano. Senza un uso accorto del rovesciamento di prospettiva teorico, 'uniformarsi del pianeta al capitale che l'ha conquistato non passerebbe per una vittoria del proleàtariato.
9.
Divieto di fermata e di sosta.
Se il falso oggi è un momento del vero, non sarà consentito, se non eccezionalmente, che l'idea del cambiamento, nel mondo falsamente rovesciato, si concili con una speculazione teorica che ammaestri alla fatalità dell'indugiare distratto. Ciò che ci è tolto come fantasticheria è condannato ad attenderci come realtà
10.
Il concetto di superamento è cattiva archeologia.
Se l'immediatismo è sparizione del concetto, si tratta di perdita pura, in altri termini di "deterritorializzazione". Nella perdita non ci si trova, ammesso che lo si voglia.
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11.
Il dramma dell'unicità come merce èil suo carattere imitabile, la sua inesauribile riproducibilità tecnica, quando lo stile è la massa. La depersonalizzazione è comunque la nicchia
della psicologia. Dove più tranquillamente riposare? - sostiene la voce
dell'economia politica. Quando l'annullamento &eagrave; radicale, e la cronaca ne sa offrire talvolta delle folgoranti rappresentazioni, non restano eterni che il brivido e il ghigno con cui la paura ci prepara, nonostante il paradiso in terra chiami alla felicità.
12.
Le congetture dell'impero.
La vera volontà di potenza è nell'obiettivo della felicità. In ciò che effettivamente sostiene questa caccia sta la sua immanenza e la sua impossibile realizzabilità materiale, che dunque, almeno questa, ci è data.
13.
Ripasso dialettico.
Tutti i settori intellettualizzati che misurano una non stupita e non rinegoziabile inutilità, sotto pena di un maggiore discredito, attestano che l'ottusità di massa non è né svista né imprevisto, ma gli effetti della risaputa verità non c'è bisogno che si smarriscano,intanto che essi (si) rendano conto, che non sanno cosa farsene.
14.
Il miraggio dell'unicità è oscenamente
offerto alla più vasta delle platee possibili. La mitologia dello spettacolo serve a realizzarla, compresa la sua caricatura. Ogni deriva teorica desiderante o il suo deturnamento è ricattabile e insufficiente, preparando la sua
prossima mitografia.
15.
Non c'è attesa senza che qualcosa si riveli o sparisca. L'attendismo è una dilapidazione incantevole ma funesta, fatalistica, nel senso di ciò che è proprio del fato, e di ciò che è naturale, cioè funebre. Ma per ogni caduta ad inferos vi è capitalizzazione e dunque vera accumulazione nella matura economia
odierna.
16.
Se si traduce (tradisce) in atto il diritto alla felicità si ottiene una quasi perfetta simulazione, cioè altri spettacoli non si danno, perchè non c'è svista se non per finta.
17.
Ridere è la professione del postmoderno.
18.
Considerato il grado di superficialità che contraddistingue il disincanto dello sguardo sullo pseudo-reale, si
potrebbe dire che la "dépense" è la grande inattuale, ma celata dal suo nascondimento nelle forme delle ossessioni di sicurezza e di segretezza (quando tutto è pubblico e pubblicità), sa che le è concessa, come ad altri concetti, una rinascita esoterica, e che ad ogni riapparizione si scopra l'eternità del sogno.
19.
Destino di ciò che viene scartato è di
subire (o di volere) una specie di metempsicosi, ma la dialettica economica tra ciò che si perde e ciò che rimane non consente di proposito il sollievo, se non come vendetta.
20.
La proibizione, l'interdetto, sono un frutto dell'ambizione, ma non sfugge ciò che essa mette a fuoco.
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21.
Ogni tradizione ha un legame con l'origine, ed è il tradimento. L'origine del tradimento è il senso della tradizione. La smemoratezza del passato - incentivata - complica la situazione; se
sembra salvare il passare il passato, perché lo dimentica, moltiplica però le affiliazioni immaginarie - il vero del falso - con esso. Se ogni ritorno è grottesco, lo è senza rimedio - la perversione del trascorso.
22.
La pianificazione è il sogno del determinismo, ma il fascino del piano attira meno gli sterminatori degli ingenui (ma forse
oggi sono pari). Dunque nell'idea di destino il cinismo si spreca e che gli
eterni ignari accorrano verso il paradiso, ciò si scrive per contraddizione.
23.
Ciò che può far sembrare l'arroganza meno
disdicevole di quello che è effettivamente, questo è proprio l'apparenza nella quale si mostra; nel suo candore c'è la perfidia indicibile della servitù. Questo argomento è sostenuto
dalla convinzione di una storicità del comportamenti e della loro
interpretabilità, che, si porebbe dedurre, è dettata, per chi scrive, dalla sua superfluità, per così dire, artistica.
24.
La complicità con il dolore del mondo è la
colpa dell'astuzia, infatti la sua è una fattiva servitù ad esso. E tutt'altro spirito quello che libera: in esso non ha luogo l'astuzia, né ciò che si dice sia il contrario di essa. L'emancipazione, quando è in atto, sposta il discorso, trasferisce una pratica, agevola il commercio. La serietà dell'inganno è il così com'è, e la sua
meretrice è l'astuzia.
25.
Il fatto che il disprezzo si universalizzi per diventare il sentimento unico, rende evidenti le pretese dell'epoca, mentre il suo oggetto si rende illeggibile nella misura in cui lo spazio si è saturato per la pervasività e l'onnipresenza del riprodotto nel riproducibile.
26.
Tra la merce svilita e ciò che è
apparentemente privo di valore corrono alcune tenui differenze che, a
vantaggio, del secondo, ricordano quanto sia ingenuo (il dispendio, la morte) ritenere di rinvenire dei limiti alla circolazione universale del valore.
27.
L'ingenuità, a volte, stringe dei patti - che non conosce - con gli effetti della realtà, tali che alla sua ombra, e all'insaputa di chi ignora di non sapere, all'improvviso, ciò che è oscuro si fa chiaro e viceversa (pur con qualche incertezza di più).
28.
Contro "il diritto alla" felicità. Nel cuore della costituzione dell'epoca vi è la sicurezza della sua falsità. La
confusione si irradia da questo centro.
29.
Meno custoditi sono i segreti di cui si è
intimamente complici. Tutto invoglia a non fidarsi troppo delle intermittenze del
desiderio, la nostra economia politica.
30.
Ma se ciò che siamo non lo è (ciò che parla in vece nostra), ciò non ha nessuna importanza, perché è altrettanto
ininfluente del contrario, e meno della pigrizia, della discrezione, dell'ironia, per
tacere del resto.
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31.
Contro la speranza. La speranza è il prologo della tragedia, ed è insostituibile perché ci sia tragedia. Chi spera
vorrebbe perire di una tragedia incolmabile, dunque la speranza è la dimostrazione di un'incompetenza in un'arte, di ciò che la disperazione dell'innocenza dà luogo: ai frammenti di un'esperienza qualunque.
32.
La mezza impossibilità dell'eguaglianza
corrisponde alla semi-irresponsabilità dei soggetti - dei clienti - come dicono alcuni dei funzionari semi-appagati, ma lo stesso carattere mediocre del dubbio assicura che tutti i conti tornano di nuovo (questo è l'illuminismo postumo).
33.
Che le tentazioni nascondano il pericolo è
ipocritamente considerato raccapricciante dalle quelle masse che non aspettano
altro che di fingere di essere sedotte, ma nel regno (e nel segno) della
quantità è accettabile che le proporzioni si ristabiliscano ipocritamente secondo le variazioni dell'offerta e in acconto alla pubblica felicità.
34.
... il carattere specifico delle transazioni si sarebbe detto
tradimento della servitù volontaria, cioè l'oggetto primo e la prima della passioni. La moltiplicazione delle libertà non consente di fare a meno di leggervi la loro non sorprendente soppressione ad opera del demos, la qual cosa garantisce, se non altro, di poter fare a meno di preoccuparsi. Le autorità del mercato sorvegliano sul diritto a godere di un'offerta
illimitata. Non bastasse questo, ci sarebbe la noia.
35.
Non d'altro spettacolo se non di sé. La democrazia diretta è immediatamente spettacolista e viceversa (la verità è nel sondaggio). Solo gli esibizionisti (cioè quasi tutti) hanno capito la sua natura di galateo sociale, d'obbligo, come si diceva una volta.>
36.
L'intelligenza con il nemico è tra le cose non sospettabili, benché sempre sicura.
37.
Se non si è incapaci, l'errare riempie di nausea (il doppio - il maligno - del sentimento), da ciò si capisce che ciò che (si) fila nella vita quotidiana non è che risentimento.
38.
In un luogo, forse solo immaginario, un'assenza, si disegna un bisogno che la sottigliezza rivela attraverso un'astuzia (un nodo) dolorosa e
insopportabile, ma non c'è taglio dove c'è cappio?
39.
L'ostinazione - la figura dell'acefalo - si può dire che sia nel gran cerchio d'ombra del quale, impropriamente, qualcosa in queste righe si è detto; e se arreca più danni di qualunque altra insensatezza, nessuna lo è meno. Questo volontariato dell'idiozia è da tenere sotto controllo, poiché ad agirne i dispositivi si trova la solita pigrizia. Tuttavia la resa all'ostinazione significa consentire alla vanità presuntuosa della dialettica di ritirare le sue carte dal mazzo: un inganno si cela di fronte a un altro.
40.
Tra pazienza e impazienza corre la differenza che separa un dono da un prestito, comunque ciò che vi si dimentica o si trascura non è negoziabile, a conferma del primato di ciò da cui non siamo dimenticati - il suo essere inequivocabile.
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41.
Tutto quello che è strano, via. Anzi: al via. Il che è come dire che l'eterogenesi dei fini non crea disordini ma storditi,
e come sempre si pesano le quantità nella competizione globale dei fantasmi dotati di valore.
42.
L'apparente gratuità della facilità è
ingannevole, e l'inganno non è certo occulto, per cui l'adesione ad esso è assai più ideologica di quanto alcuni vorrebbero ammettere.
43.
Se ciò che è facile si presenta come un
furto, e lo si capisce, si può comprendere (con maggiore difficoltà) anche la logica che lo sostiene.
44.
Il terzo: l'esclusione fonda l'amicizia. Il nome segreto della
speranza evoca ciò che non si possiede, né più né
ancora. Evoca non ciò di cui si è persa la memoria, che sarebbe luttuoso, ma di cui si è inventata (cioè effettivamente persa) la scomparsa. Dunque alimenta il panico per ciòchenon c'è,né ci sarà, ed è infine credibile che con questo
termini la faccenda, cioè si decida (deceda).
45.
Né manuali né trattati del saper vivere, néarti né tecniche; se non il travaglio della pazienza, e del riconoscere che non è per amore che non si è perduta un'attitudine: il dolore della servitù.
46.
Quando si dice che non si può abolire lo stato delle cose - il cui essere non è certo lo stato - presente, c'è chi
trova che si parli di quella disposizione per cui tutto finisce per rientrare là da dove era uscito; così la "socialità" della vita corrente non permette che la stessa cerimonia in cui si ripete l'evento che non si era ancora presentato, giacché si tratta, ancora e sempre, della solita nevrosi (lo spettacolo vittorioso).
47.
Ogni doppio movimento che non si nega è uno
stallo, dove la malinconia non falla (non c'è falla in ciò che è indotto), dove si attacca la trama della vita quotidiana.
48.
I misantropi - e i misogini - se non possiedono la verità, e nessuno la possiede, però è probabile che si scontrino con essa, e ne siano offesi loro malgrado.
49.
Il godimento non ode, e se non fosse sordo non godrebbe mai; questa non è che la tecnica del desiderio di massa. Ciò che è in corso non può che essere compiuto sino in fondo, perché si dilatino le sue cedevolezze, perché infine ceda a sé stesso.
50.
Ciò che è passato quasi mai ritorna, e
contro questa eventualità si è detto spesso che i nostri progenitori si siano premuniti. Ma le nevrosi restano. Se i nostalgici soffrono per i mancati ritorni, gli apparati di intrattenimento universali nascondono la furia del cambiamento nella intatta (intangibile) gioia del sempre-uguale.
La demoscopia ne è un sintomo.
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51.
"Il primo merito di una teoria critica esatta è di fare
istantaneamente apparire false tutte le altre".
Guy Debord - Prefazione alla
Quarta edizione italiana della Società dello spettacolo.
52.
Si deve ricordare che la fedeltà a sé stessi
non attesta che l'inganno perpetrato a sé stessi e non riuscito. Ciò che manca è ciò che riesce.
53.
L'affinità, piuttosto spesso, è l'inferiorità, secondo la legge del conformismo.
54.
Impronunciabile e irriconoscibile è la pietà; ciò che viene mal detto, sarà comunque visto peggio e mai udito, e se riproverà la sorte avrà lo stesso destino con un nome nuovo.
55.
Una teoria che si fondi sullo stupore alla fine sarà semplicemente insolente.
56.
Nella presunzione di coloro che credono di "poter capire qualcosa non servendosi di ciò che è loro nascosto, ma credendo a ciò che è loro rivelato" (Guy Debord) si manifestano in modo minaccioso l'amore per la servitù volontaria e la certezza di un'inferiorità provata a sé stessi quanto socialmente approvata. Ma da quando la velocità della presunzione ha doppiato l'intero campo
sociale, e l'aggressività satura tutti i livelli dell'esistenza quotidiana, è solo la menzogna che brilla nei picchi della furia. Non è la verità, il nome della morte dell'intenzione, perché l'intenzione ha
prima ucciso qualunque idea che esista una verità qualunque.
57.
Contro l'utopia statistica: il più solido effetto della
globalizzazione della felicità è la solitudine di ciascuno. Sulla socialità da ottenere in vitro lavorano parecchie persone (si tratta del maggiore servizio) per guidare le incertezze e i leggeri malesseri che ne
derivano, ma la capacità di interpretare i dati non è ancora così solida come esse volevano dare a intendere quando erano giovani e ottimisti. Ora vorrebbero giocare d'anticipo e padroneggiare sempre le derive
dell'insoddisfazione.
Le banalità qui esposte saranno le prime ad essere offuscate.
58.
I costi sociali delle masse devono essere marginalizzati dagli incentivi alle caste dell'intrattenimento popolare e della protezione e offesa.
Il fatto che ogni soluzione escogitata raddoppi gli orrori dei problemi che
rimedieranno è dato da pensare ad ognuno, perché volti la testa, ma ciò il cui pensiero è insostenibile ci sarà ancora, disancorando qualsiasi congettura messa in pratica, e liberandola verso verso tutte le false prospettive di fuga che gi strateghi sapranno pensare come ultima arma.
59.
In ogni accelerazione del tempo si cerca il suo consumo (che immaginiamo erroneamente come un dispendio, una dépense), dato che è l'ultimo rito, il più attuale, al quale siamo soggetti.
60.
L'incompetenza generalizzata.
La proletarizzazione è soprattutto nell'incompetenza, il resto si aggiunge come toglimento
supplementare. La pubblica denuncia dellovvio è un compito impari per chi non sa cosa pensare di quello dal quale viene parlato, ed a causa di questa
incontrastabile evidenza che gli effetti del dominio corrono così veloci che, invece di impensierire rassicurano.
Il peggio è il
bonus dell'organizzazione.
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61.
Sulla classica domanda "che fare?".
Non si sprecano i dubbi sul carattere funesto delle conseguenze della domanda, a cui solo la fatticità del contratto sociale sa replicare.
62.
Che la smemoratezza sia sollecitata, e svagatamente, questo avviene perché si tratta di una delle tante manifestazioni del
dominio della "verità". Le intenzioni danneggiano la critica più dei suoi detrattori. Ma il fatto che essa si dilegui in fretta è la sua via maestra.
63.
Post festum. Il concetto di arte esiste solo come genitivo o come rovesciamento di esso.
64.
La critica dell'idea di fondazione consente di risolvere la questione originaria, per poterne subire quella rimozione nella quale insiste il circolo viziosodal quale non può uscire da molto tempo lo spirito di quella che fu chiamata eroicamente la rivoluzione.
65.
Sull'ordine delle convenzioni pesa l'obbligo non più incessante delle apparenze, ma ogni considerazione sulla tenacia della
loro apparente etrnità è suscettibile di immediate sorprese.
66.
Contro il dubbio sull'abbandono di fronte alle cose.
Come epigrafe sull'esistente sta scritto: "Tutto sembra funzionare",
ma questo appunto deve inquietarti, il fatto che l'apparenza comunque
funzioni e che il funzionare spinga sempre verso una ulteriore prova del
funzionamento dell'apparenza.
67.
Viene la tentazione di dire che talvolta nei sogni si condensa
l'effetto di una pulsione, di uno stile e della intraducibilità. Un'immagine che possieda lo sfolgorio dell'onirico è stata, per gli architetti dello spettacolo, una specie di ossessione disinvolta. Per definirla: ciò che i surrealisti chiamavano un cadavere squisito.
68.
Dire e pretendere: "Niente arcani!" - è dire e pretendere quasi niente, anche se di questi filtra proprio ciò che non
dovrebbe che arrestarsi, e proprio nella misura in cui si stabilisce che non vi
debbano essere resti. Ciò che la teoria, che è stata chiamata rivoluzionaria, non ha ignorato di ignorare è il rovescio di tale proposito. "Non guardarsi indietro!" - è un messaggio incomprensibile, eccetto che la sua fine è nota.
69.
Anche se di nulla si può dire che oggi non risulti riutilizzabile, non è tuttavia senza conforto che sulle possibili
soluzioni lavorino così tante persone a inntrecciarne le trame virtuali che la confusione finisca per appiccicarsi dove non dovrebbe.
70.
La transparenza della simulazione, se rende invisibile la scena, ha reso del tutto trascurabile l'inganno della "verità", a vantaggio dell'erosione dell'inverso: la verità dell'inganno. Ma pochi lo
sanno.
FINE
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