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Posted by Omar Wisyam on May 1, 2001 on the Debord(el) of ...
"Essi credono all'idée, all'esprit, all'achèvement, come i cattolici credono alla Beata Vergine".
Alla maniera di Romain Rolland in "Jean Christophe à Paris".
Tout a une fin: O(bservatoire de) T(éléologie) a raison.
Tout a une fin, ma qualcosa si può salvare, infatti sia Ripley (pseudonyme de Voyer) che l'Observatoire hanno potuto conservare il loro ingombrante e ottuso bavardage. Ciò significa che tutti gli altri sono stati inghiottiti dal grande vuoto telematico; anche questa è una lezione utile.
Ricominciare non è mai del tutto negativo.
Nella "brève lettre du bref adieu" a OT, scrivevo, tra l'altro, che "la questione puè essere illustrata e intesa in senso strategico: la costruzione di una teoria avviene dopo la costruzione di un confronto, non prima", e dicevo inoltre che "sono convinto che sia necessario demolire il principio di esclusione, mantenuto in vita da Debord e da Voyer" e poi anche da OT.
La pre-condizione di un dialogo è l'apertura; come il dialogo non è necessariamente tra amici, ma, in primo luogo, tra "nemici", bisogna considerare che i nemici spesso sono più necessari degli amici (Plutarco). Le "condizioni minime" sognate dalla setta non sono che dei risibili quanto pretestuosi espedienti per negare un'evidenza, un sintomo.
Sono stato spinto a rivendicare una esigenza basilare come la seguente: "se agisco in reale autonomia potrete trovare sempre in ciò che dico degli elementi di ambiguità; se io volessi eliminare i dubbi su una mia presunta ambiguità, dovrei allinearmi perfettamente alle vostre posizioni; se io mi allineo perfettamente alle vostre posizioni non sono più autonomo. Il discorso è semplice".
La questione è chiara.
OT ha provato a esporre un concetto, che non è in grado di padroneggiare, ed in modo clamorosamente lacunoso e insufficiente, scoprendo l'opposizione tra "la théorie" e "LA théorie", come se un articolo determinativo maiuscolo o minuscolo facesse una differenza che rimane invece totalmente irrisolta nella mitografia, anzi nella teogonia teleologica.
La teoria, etimologicamente, non ha niente a che vedere con la teo-logia, quanto invece con lo spettacolo, e con l'assistere allo spettacolo; però a partire da Voyer e da Denevert fino agli epigoni di OT, la questione della teoria ha innescato un processo di teologizzazione della riflessione critica, il cui "clero" officiante, i cui "vescovi", scaricano sui pro-situs, sui post-situs, insomma su tutti gli altri.
"La vraie théorie" di Voyer e dei suoi epigoni è frutto di una radicale incomprensione e di un misconoscimento penoso; essa non esiste, non è mai esistita, ma la mistificazione più riprovevole e il raggiro, nel campo "intellettuale", esistono e sono esistiti.
La mitografia della teoria è stata la conseguenza di una pericolosa e sterile subalternità alle idee di Voyer, ma che dura da troppo tempo per essere in qualsiasi modo giustificata o ancora giustificabile.
Prima il confronto, il dialogo, l'interazione, l'intersoggettività (come preferite), poi arriveranno le conclusioni, sempre provvisorie e revocabili, della cosidetta "teoria", ma di questo termine possiamo fare a meno.
Lo non ho pretese, ma una "bad intention" sì, perché quella del dialogo non è una buona intenzione, la buona volontà predominante nel milieu è, al contrario, quella settaria o solipsitica.
Comunque ogni intenzione è a breve termine, ed è già scaduto.
Credo di avere dimostrato con abbondanza di esempi negli ultimi miei interventi sul "Debord of Directors" che l'hegelismo di Voyer era l'hegelismo di un fan, cioè di un fanatico, reticente fino al mutismo nello spiegare e motivare le ragioni della vocazione a una così esigente servitù volontaria al "maître à penser" dell'esprit.
Una analoga reticenza si trova negli epigoni di OT, in cui la servitù al maître, e il parasitismo ideologico che deve coprire le vistose lacune in ogni tentativo di riflessione, sono esaltati da clamorosi e maniacali tic linguistici.
L'insufficienza di Voyer si ritrova nell'in-definizione dell' ennemi, un termine che resta oscuro e misterioso finché non si comprende che la categoria dell'ennemi comprende tutto il mondo, sensibile e insensibile, concreto ed astratto, superiore e inferiore, tranne Voyer.
In effetti in questo modo l'analisi sedicente teorica diviene più semplice, chiara e definitiva.
La conclusione di "Une enquête" è, per fortuna, divertente, scoprendo le ragioni del silenzio nelle strade: la teoria, la pratica della teoria, la rivoluzione proletaria, è il "bavardage".
Purtroppo a possedere lo spirito sono solo le cose, e forse alcune bevande.
"Une enquête" mi ha fatto pensare ad un altro giovane hegeliano che ha scritto la sua opera 132 anni prima di Voyer. Lui e Max Stirner si sarebbero fiutati e annusati come due allegri e vivaci cagnolini.
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Tout recommencer, tout n'est pas encore dit / Bi-logique de la révolution
Posted by Omar Wisyam on May 11, 2001 on the Debord(el) of ...
Ogni tanto è necessario ritornare a documenti anteriori al nostro tempo, a documenti che restituiscano i criteri di opposizione a un'epoca che non sia la nostra. Spesso si ritrovano le tracce di un'erranza se non cieca, almeno non a torto smarritasi, ma sulle quali siamo partiti e dalle quali ci siamo avviati, perché siamo ancora e forse sempre al suo interno.
Nel 1926 a Parigi l'Unione Generale degli anarchici redigeva una "Piattaforma d'organizzazione". Dunque 75 anni fa, nella sua "Parte costruttiva", nella "Piattaforma" si cercava di prevedere e di risolvere "il problema del primo giorno della rivoluzione sociale" e dei giorni successivi. Tuttavia questo problema superava, di molto, le capacità degli estensori di quel documento come pure di molti documenti posteriori al 1926.
In primo luogo nella "Piattaforma" si affermava che "le funzioni organizzatrici della nuova produzione saranno attribuite a organismi amministrativi creati espressamente a questo scopo dalle masse lavoratrici". Saranno: "soviet, consigli di fabbrica o amministrazioni operaie delle imprese e delle officine". Gli organismi detti saranno collegati nell'ambito di "comuni, distretti e del paese intero". Gli eletti saranno controllati e rinnovati sistematicamente, a realizzazione del "principio dell'autogestione autentica delle masse", mentre l'Unione degli anarchici avrà la guida ideologica della nuova fase rivoluzionaria.
Il carattere genericamente filobolscevico del documento su questo punto nevralgico è un sintomo rivelatore degli inevitabili sviluppi che avrebbe subito la situazione se fosse stata reale e non virtuale.
Subito dopo si diceva che "la rivoluzione sociale si occuperà della ricostruzione di tutto l'ordine sociale attuale", cioè dovrà "preoccuparsi dei bisogni vitali di tutti", eccettuati i controrivoluzionari, i quali saranno abbandonati al loro destino. Forse gli anarchici non avevano intenzione di preoccuparsi del destino di costoro, o forse pensavano a come abbreviare il corso del destino dei controrivoluzionari; comunque la lacuna è preoccupante.
Ma sull'umanità degli anarchici non si deve nutrire dei dubbi, infatti il documento precisava che la rivoluzione "provvederà in primo luogo ai fanciulli, ai malati e alle famiglie operaie". Dunque l'uguaglianza dei cittadini, del genere umano, si sarebbe modificata secondo un nuovo ordine, secondo nuove gerarchie, che per il momento vengono solo intraviste. Ma la cosa importante era di far capire tra le righe della "Piattaforma", sebbene seguendo il principio umanitario, che l'uguaglianza sarebbe rimasta ancora una chimera, sebbene l'apparenza ideologica dovesse mantenere l'immagine gloriosa della rivoluzione antigerarchica.
Per quanto riguarda l'agricoltura, gli anarchici ammettono che la proprietà della terra sarebbe rimasta, per un certo tempo, individuale. Evidentemente i redattori del documento osservavano attentamente cosa era accaduto e cosa accadeva in Russia, prima e durante la NEP, tuttavia si ribadiva la necessità di condurre "un'instancabile propaganda a favore dell'economia agraria collettiva". la parola "propaganda" non inganna nessuno: il termine impiegato adombrava una deterrenza più minacciosa e sembra preludere all'uso di mezzi ancora più convincenti.
La difesa della rivoluzione si presentava, come era avvenuto in Russia, come una questione non di pochi mesi, ma di "parecchi anni". Si "dovranno creare opportuni meccanismi di difesa della rivoluzione". Quale tipo di organismi militari potevano creare degli anarchici? Degli organismi in cui la disciplina e la direzione strategica siano uniti alla volontarietà dei combattenti - un ibrido non credibile. Evidentemente "l'unità del piano operativo e l'unità del comando generale" avrebbero creato da sole, in se stesse, un esercito stabile e organizzato. Ma la certezza dell'esistenza di un esercito inquietava l'animo degli anarchici, che affermavano che esso "non dovrà essere considerato come un elemento fondamentale", sebbene sapessero in partenza di mentire a se stessi, e, in particolare, sul punto più decisivo di tutti, quello della guerra per la difesa della rivoluzione.
Sul piano generale dell'amministrazione, gli anarchici mantenevano in vigore il principio federalista, ma all'interno di un sistema che, nei passaggi gestionali dal comune al distretto e dai distretti all'intero paese, sebbene non se ne faccia il nome, faceva intravedere le basi per l'edificazione di un nuovo stato.
Quindi il discorso della "Piattaforma" si chiudeva. La rivoluzione sociale degli anarchici è rimasta lettera morta, è rimasto per noi un esercizio teorico che lasciava intuire le svolte future che avrebbero condotto gli anarchici vittoriosi sulle strade già note del secolo scorso.
Le irriducibili contraddizioni degli anarchici di 75 anni fa non suscitano tenerezza, perché si può facilmente osservare che se avesse potuto davvero vincere la guerra contro il capitale, questa rivoluzione avrebbe generato uno stato repressivo e totalitario non molto diverso dal modello: il prototipo russo-sovietico.
Queste contraddizioni, da sempre irrisolte, sono deflagrate in tutte le teorie insurrezionali fino alla loro completa dissoluzione. Si può cominciare a risolvere queste contraddizioni soltanto al prezzo di considerare il loro carattere radicale.
"Un peu de patience" chiedeva la setta di OT quando si trattava di chiudere i lavori sul proclama "Tout finir". L'umanità conosce due fini: una subita e l'altra no. "L'accomplissement" avverrà grazie alla teleologia moderna che saprà evitare "l'apocalypse". Dunque "nous disons" (OT dixit): "réalisons l'humanité", secondo un "projet" insieme positivo e negativo. La "finalité" est choisie, "choisie" da OT. La teleologia nelle mani di OT merita una fine farsesca. OT conosce Hegel attraverso la BD di Superman.
"La société du spectacle très peu spectaculaire" di Voyer si precisa come una critica al vocabolario, al dizionario. Evidentemente il concetto di spettacolo ha ossessionato Voyer, senza renderlo capace di superare una insidiosa invidia. Se ammettiamo che il concetto di spettacolo è inserito in un campo semantico vasto e insieme debole, ciò non dovrebbe condurre a ritenere che la duttilità semantica del concetto sia la dimostrazione della sua inconsistenza, ma dovrebbe semmai condurre alla certezza che il mondo è abbastanza grande per contenere questo concetto come tutti gli altri che sono presenti nei vocabolari.
Un libro di Sade è dedicato alle sventure, agli infortuni della virtù. la questione dell'invidia di Voyer si adatta al tema della virtù sfortunata e sventurata; il concetto di spettacolo di Debord ha avuto fortuna perché era duttile e malleabile sufficientemente per essere lavorato da più mani e in modi diversi; il discorso di Voyer, il virtuoso dello Sturm und Drang hegeliano, non ha suscitato nessun interesse pratico.
"La mise en scène n'est pas que un détail, une anecdote du monde". Aneddoto per aneddoto Voyer non ha fatto molta strada, se non per confermare che "une anecdote" serve a dimostrare m'esistenza di un pensiero, a dispetto delle sue stesse supposizioni. "Le monde illusoire" espresso dal concetto di spettacolo coprirebbe quello reale, che "demeure secret", dunque "ce qui fait que les esclaves obéissent est ailleurs". Il discorso di Voyer è altrove dalla realtà, giacché è incomprensibile, "incompréhensible et mensonger", un discorso che descrive come reali, come mondo reale quello degli schiavi, "esclaves", e il mondo del proletariato, dato che quella condizione e quella classe non esistono più da un bel numero di anni e di secoli in Occidente, mentre esistono nelle periferie dell'impero. Però Voyer non si rivolgeva alle periferie dell'impero, ma ai "flâneurs" di Parigi.
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Posted by Omar Wisyam on May 18, 2001 on the Debord(el) of ...
... "La vague de révolte n'a cessé de décroître". La Bibliothèque des émeutes (BE) si sciolse nel 1995, perché a dire dei bibliotecari, le rivolte erano cessate. "La principale faiblesse était de plus en plus criante: l'incapacité théorique qui lui interdisait de fait de dépasser la colère la plus immédiate". La Biblioteca avrebbe voluto comprendere le rivolte, di cui aveva sentito parlare sui giornali, e offrire loro una prospettiva, poiché ne erano carenti. Il prevedibile stallo in cui si trovò la Biblioteca, drammaticamente e fortunatamente, astratta da ogni situazione reale, e dunque ingenuamente presuntuosa, non sembra avere insegnato niente ai suoi artefici ed eredi. Sono le rivolte ad essere cessate, come dicono, o è arrivata al punto d'arresto la facoltà d'intendimento della situazione corrente dei bibliotecari?
A leggere i bibliotecari si comprende che essi non sono riusciti a "pallier les insuffisances de la vague des révoltes", ma solo perché i rivoltosi non capivano nulla. "La Bibliothèque des émeutes s'est donc efforcée de proposer une vision historique d'ensemble", ma, nonstante i suoi sforzi, non ha potuto impedire "l'échec de ce mouvement et de la génération qui le portait".
La presunzione di BE è dunque pari soltanto alla sua incapacità di comprendere ciò che avrebbe dovuto interpretare.
Dalla Bibliothèque è nato un Observatoire, al cui interno nel 1997, viene elaborato un documento dal romantico titolo "Amour et émeute", in cui si trova scritto che "dans l'émeute comme dans l'amour, le plaisir est sans doute la composante essentielle ... et l'excitation du plaisir se sent, se communique". Queste frasi, entusiaste quanto penose, non meritano di essere commentate, prive come sono di qualunque rilievo, se non di una comicità irritante. Ma l'insignificanza deve essere ancora raggiunta: "la principale différence entre l'émeute et l'amour est que l'émeute est une activité collective ... alors que l'amour se joue entre des individus".
Tuttavia chi ha scritto le nullità precedenti non teme di affermare "qu'il n'existe pas de théorie de l'émeute avant celle, très précautionneuse, de la Bibliothèque des émeutes".
Misteriosamente si accenna poi a un segreto della nostra epoca: "il y a même une grande différence entre le 14 juillet 1989 et les 3 et 4 octobre 1993 à Mogadiscio, celle entre le début et la fin d'une époque".
"L'enlacement de l'émeute et de l'amour: je t'aimeute!", finalmente l'autore, alla fine del suo penoso esercizio da scolaro, ha potuto liberare ciò che, a fatica, tratteneva in sé. L'amore della rivolta si chiude in un monologo interiore, dove vi è ospitata la sua prospettiva.
"Remettre en marche la théorie des conseils": rimmetere in marcia, nel lessico che OT conserva passivamente, significa, coscientemente, pretendere di mantenere in vita un cadavere neppure squisito. La fugace esistenza dei consigli è stata complessivamente disastrosa, ma questo lo riconosce anche OT: "le bilan historique des conseils est désastreux". Tuttavia la teoria dei consigli è conservata da sparute frange di comunisti di sinistra e di anarchici a causa di una non stupefacente debolezza analitica e una ancora più nota inconsistenza strategica.
OT dimostra la sua incapacità di analisi, imputando le colpe al "conseillisme", per salvare una verginità attempata a arrischiata ai "conseils": un diversivo disperato quanto fatalmente mediocre. Inoltre OT maneggia un'altra mitografia negativa delle teorie insurrezionali, quella della "spontaneità". Sarebbe, secondo costoro, la fantomatica spontaneità rivoluzionaria ad offrire i mezzi per un ulteriore sviluppo del progetto storico, sebbene non si tratti che di un penoso tentativo di falsificazione per coprire una carenta analisi che peraltro finisce per accomunare insieme disparate rivolte e sommosse, sicuramente non confrontabili.
L'attenzione alle rivolte del terzo mondo non è disprezzabile in sé, ma è decisamente poco attendibile una comparazione che non tenga adeguatamente conto delle diversità di situazioni e momenti, dei contesti e degli obiettivi, delle ambiguità e delle manipolazioni, mai a senso unico, e dei personaggi coinvolti. Il disperato settarismo di OT finisce per trovare solo il suo specchio.
Non credo che qualcuno riesca a pensare seriamente che le democrazie rappresentative odierne possano sentirsi minacciate dal fantasma del consiliarismo, seppure "rimesso in marcia", ma il riflusso delle idee negli ambienti che ne coltivano poche è generalmente circospetto e lento, non sapendo a cosa d'altro aggrapparsi a parte lo stereotipo dell'insulto.
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Posted by Omar Wisyam on September 5, 2001 on the Debord(el) of ...
Non ricordo esattamente , ma tra il 1972 e il 1973, prima a Parigi e poi a Milano e mi pare anche in Germania, è uscita una rivista dal titolo "Errata". Non so cosa sia accaduto alla rivista e ai suoi redattori in seguito, perché dopo il primo numero in italiano non me ne sono più interessato. Però ho ritrovato in appendice a un libro di Gianni-Emilio Simonetti ("L'agonia e i suoi sarti") le "Linee generali" di "Errata".
Questo testo mi pare che sia riuscito a conservare degli aspetti interessanti a dispetto dei 27-28 anni che sono passati da allora. Il tempo ha reso la maggior parte dei testi post-situs di quel periodo praticamente illeggibili.
Nelle "Linee generali" viene richiamata la "questione sociale" nella sua autonomia dal politico e dall'economico.
Il concetto di "critica" viene brandito contro la "politica rivoluzionaria", colpevole di non aver rilevato la perdita del progetto rivoluzionario, disintegratosi nel corso degli anni.
Il concetto di "critica" di "Errata" si presta tuttavia a una inevitabile deformazione e strumentalizzazione, simili a quelle incorse ai concetti di ideologia e di teoria.
Viene sollevata, nel testo, la questione degli ostacoli alla critica che sarebbero "utopici, scientisti e parzialmente dialettici", quando, probabilmente sono perfettamente dialettici, scientifici e concreti.
"La proletarizzazione generale" indicata nel testo è invece (proprio dialetticamente, come piace a tanti) la scomparsa del proletariato, imploso in quell'amalgama spugnoso e opaco che, poco tempo dopo la stesura delle "Linee generali", Baudrillard descriveva in "All'ombra delle maggioranze silenziose".
La "critica" giungerebbe, secondo "Errata", come conclusione, cioè al termine di una almeno parziale comprensione della propria vita ("La critica non esiste se non vi è presenza di un discernimento"), quando la vita già vissuta ci ha condotto a dei "criteri più disincantati verso ciò che continua". Questa "critica" dovrebbe essere portata "oltre ogni sprazzo di parziale lucidità".
Una simile affermazione, che senz'altro fa letteratura, in sé non è male, ma, se penso a chi potrebbe applicarla, mi fa ridere.
Comunque nelle linee programmatiche di "Errata" l'insistenza sulla socialità e la vita corrente si scontra con quello che Voyer, nello stesso periodo, più o meno, chiamava il sileneio della gente nelle strade.
Mettere a fondamento della ricostruzione di una posizione lucida sul presente la questione della vita corrente e della socialità significava riconoscere che era urgente "far cessare la pretesa alla radicalità" come una delle forme della mistificazione e funzione del politico.
"Non c'è nessuna sfida atemporale da rilevare e nessuno deve considerarsi erede di un regolamento di conti storico", scrive Toni Arno nel 1974 (sempre in appendice al volume di G.E. Simonetti), tuttavia io credo che che un debito storico esista, come esiste un legame storico tra generazioni.
L'attenzione alla socialità è importante perché la questione pone in rilievo l'individuo, ma non astrattamente: proprio noi, con i nostri difetti.
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